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LACRIME DI PACHIDERMA di |
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E' noto che alcuni animali possono versare lacrime, ma essi piangono? Cioè, le loro lacrime sono dovute a sensazioni emotive, o sono semplicemente conseguenza di eventi fisiologici?
I Pinnipedi non possiedono i dotti nasolacrimali, per questo motivo le foche sembrano "piangere" anche a causa della normale secrezione che serve a mantenere umida la superficie oculare; ma che dire di elefanti che versano lacrime quando vengono catturati? O quando vengono separati dai propri compagni?
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Una questione di carattere più generale sta dietro queste domande, questione che spesso viene, forse inconsciamente, trascurata anche da zoologi ed etologi: gli animali possono provare sentimenti? Possono vivere emozioni? Sono, in altre parole, "sensibili"? Nessuno dubita del fatto che il proprio cane possa provare gioia nel correre su un prato, o tristezza se lasciato a casa, o possa sentirsi in colpa se sgridato; ma nella letteratura zoologica argomenti come la gioia, la tristezza, l'amicizia, la compassione fra animali non trovano posto. Nel paludato linguaggio del behaviorista (studioso del comportamento animale) gli animali non mostrano timore, bensì "impulso a fuggire", non manifestano curiosità ma "pulsione a esplorare". |
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Viceversa parlando con zoologi ed etologi si scopre come la maggior parte di essi siano convinti che alcuni, o forse tutti, i sentimenti provati dall'uomo sono condivisi anche dagli animali. E' quello che hanno fatto Jeffrey Moussaieff Masson e Susan McCarthy, e dalle loro ricerche ed interviste è nato un bellissimo libro: QUANDO GLI ELEFANTI PIANGONO (Sentimenti ed emozioni nella vita degli animali), edito da Baldini & Castoldi.
Fra le sue pagine potremo scoprire il timore e l'apprensione della gatta che proibisce ai figli di tentare la caccia ad un ratto. Le paure, le speranze e le delusioni di Washoe, una femmina di scimpanzè, primo esemplare della sua specie ad aver imparato il linguaggio dei gesti. L'amicizia fra uno scimpanzè e un babbuino, fra un mongoz e alcuni catta (si tratta di Lemuri, le proscimmie del Madagascar), fra una iena e un licaone. La tristezza di un falco pellegrino per la perdita della compagna. La gioia dei bisonti che si divertono a pattinare su un lago ghiacciato. La compassione di un'elefantessa che salva dalla morsa del fango un piccolo rinoceronte. La straordinaria suggestione offerta da due scimpanzè che, mano nella mano, si siedono a contemplare il tramonto del sole sulla savana. E ancora molti e molti esempi raccontati con garbo e passione, in modo convincente e ben documentato.
Il dibattito scientifico sulla sensibilità degli animali ha radici antiche. I meccanicisti, René Descartes (Cartesio) in testa, furono i grandi sostenitori dell'insensibilità degli animali, paragonati a "orologi", semplici automi "nel cui corpo non vi è posto per i sentimenti". Ancora molto recentemente (vedi art. di A. Maglio, Corriere della Sera, 20 aprile 1997, pag.21) C. Barnard e J. Hurst, cartesiani novelli, cercano con argomentazioni parziali e discutibili di dimostrare che gli animali non provano dolore. Ottima "giustificazione" morale alla pratica della vivisezione (e agli interessi economici che si muovono dietro questa moderna barbarie).
Ai meccanicisti cartesiani aveva brillantemente risposto Voltaire, che scrisse nel Dizionario Filosofico: "Rispondimi meccanicista, la natura ha disposto in quest'animale tutte le molle del sentimento perchè non senta?". Ai moderni epigoni di Cartesio rispondono autorevolmente J. M. Masson e S. McCarthy: "QUANDO GLI ELEFANTI PIANGONO".
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